Breve rientro.

Sono passati alcuni mesi, con alcuni intendo più di due, quindi un lasso di tempo piuttosto ampio, tanto da poter affermare che, come previsto, anche stavolta la Perdigiorno ha “mollato” come potrebbe dirsi , cioè ha abbandonato un proposito.

Un proposito banale in effetti, perché tenere in vita un blog non sembrava una cosa così impegnativa.

Ma chiaramente avevo sottovalutato l’impresa.

Subitaneamente infatti sono sorti i primi ostacoli: “Quello che scrivo non importa a nessuno, farlo non ha nessun senso e nessuna utilità, non solo non so scrivere, ma neanche sono un buon metodo di intrattenimento, ci sono milioni di persone stronze come me che credono di avere qualcosa da dire, ma in realtà non è così, e poi in che direzione porto tutto? Cosa deve essere? Un blog introspettivo, simpatico, ci metto le foto, cucino, cerco arte da proporre, che faccio?”

Così persa nella mia confusione mentale ed emotiva che permeava e permea a tutt’oggi la mia vita, ho deciso, anzi no, dato che decidere  avrebbe implicato fare attivamente qualcosa, ho lasciato andare.

Ho semplicemente smesso.

Di scrivere, di pensarci, di preoccuparmi.

Ma qualcuno ha prontamente pensato di riportarmi alla mente la questione, così ho pensato di riaprire questa pagina, ho riletto, mi sono sminuita un pochino, ho cancellato cose che al momento mi sono sembrate postate da una ritardata mentale, e ho pensato di scrivere una specie di bentornato a me!

Voglio però essere sincera, non so se avrò il coraggio di riprendere.

Non so neanche se avrò il coraggio di ricominciare ad espormi, a mostrare chi sono, nella parte più profonda, perché ho realizzato che forse l’unico motivo per scrivere con costanza su una pagina pubblica potrebbe essere questo.

Ma si sa, potersi esporre necessita sicurezza.

La direzione

Come si fa a perdere il giorno? Sembra complicato, eppure lo è meno di quanto appaia.

Si perde nel momento in cui tutto ciò che fai sembra accatastarsi, una successione casuale di cose fatte, vissute, lette, create, pensate, imparate, senza che tu te ne renda davvero conto, o riesca a realizzarne la consistenza. Così il giorno si perde, passa, e il tempo diventa un concetto evanescente, plasmato dalla tua mente senza seguirne l’oggettività. Le quattro, le cinque, notte, giorno, non cambia nulla, è indifferente, poiché vivi, senza neanche considerarlo. Non c’è un’ora per scrivere, come non c’è quella per mangiare, pensare o fare qualunque osa.

Il giorno si perde quando sei senza direzione, come me, in questo periodo della mia vita, in cui vivo semplicemente andando avanti, senza curarmi di niente, e semplicemente faccio, vivo, leggo, creo, penso, imparo, senza renderme concretamente conto. Faccio ciò che mi piace, per sfuggire all’ansia di un sistema di vita che ho mantenuto per 25 anni, che però ora, non è più sostenibile.

Ho sempre agito in funzione del raggiungimento di un obiettivo, che fosse uno qualunque, un concetto ideale che ispirasse il mio agire verso l’ottenere un qualcosa. Studiare per passare l’esame, per poterne fare poi un altro, per potermi laureare, per poter lavorare, per poter essere indipendente, per potermi sentire in pace con me stessa, per aver ottemperato al mio dovere. Sono arrivata poi ad un punto in cui mi sono persa, e fare queste cose, ha smesso di essere importante, perché ho smesso di avere un motivo. Perché vivere? Perché studiare? Perché vedere le persone? Perché andare in palestra? E per quanto mi sforzassi non sono riuscita a trovare un motivo, e sono cominciati gli attacchi di panico. La paura della vita, lo smarrimento di una situazione in cui nulla era più definito, non ho più riferimenti, tutta la mia struttura, i miei motivi, sono crollati, così, in un attimo.

E da qui riparto, dallo smettere di cercare un senso a tutto ciò che faccio, e fare, per il semplice piacere di fare, anche senza un obiettivo, un progetto, un programma. Riparto dal cercare il piacere in ogni cosa, in ogni ambito della mia esistenza, fare le cose per la soddisfazione, momentanea, che duri 5 secondi o 5 ore, che farle mi porta. Svegliarmi la mattina e con calma domandarmi cosa mi renderà felice, senza essere schiava dei miei doveri, dei miei orari, delle giornate perfettamente organizzate, dettagliatamente scandite per l’ottimizzazione del tempo a disposizione. Ritrovare il mio spazio, ascoltare le mie necessità, le mie sensazioni, ciò che realmente desidero. Ed è più complicato di quanto possa sembrare, per una persona che è vissuta solo in funzione del raggiungimento di un ideale.

Così mi alzo, mi sforzo, e cerco di ricordarmi che le cose belle, la chiarezza, prima o poi, arrivano.

Presentazioni: il primo fratello minore

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La Perdigiorno ha una famiglia che sembra quella di una sit-com.

E’ circondata da personaggi particolari, ognuno ha la sua, sembra uscito da un fumetto, e si esprime primariamente attraverso annessi suoni onomatopeici tipo “smab, badabum, pem”. Ogni giorno ne succede una, episodi tragicomici che danno sapore all’esistenza, che sarebbero accompagnati nel telefilm di cui sopra, con le classiche risatine finte nel momento clou.

Oggi parliamo del fratellastro di mezzo, il secondo per capirci, lei è la più grande. Suo fratello ha 13 anni, ma è più alto di lei. Pesa 87 kg, cioè è un bove, non un ragazzino. Hanno lo stesso padre, mentre sua madre è una “signora” straniera, la quale, forte della sua cultura e delle sue due lauree, è arrivata in Italia a tentare di sbarcare il lunario nell’unico modo in cui una donna della sua levatura avrebbe potuto: cercando un uomo da cui farsi mantenere negli agi in cambio di rapporti sessuali. Per capirci, una stronza. La perdigiorno non la può vedere, in effetti non si vedono mai, e se proprio capita ci si limita ad un glaciale saluto accompagnato da un fittizio sorriso.

Il fratello è fastidioso. E’ viziato, impiccione, esagitato, egocentrico, permaloso, e pure bugiardo. Sta sempre in mezzo, si fa sempre gli affari che non lo riguardano, quello che gli dici lo sanno tutti nell’arco di un quarto d’ora, se stai parlando con qualcuno di una cosa seria, spunterà da dietro, d’improvviso, senza che tu te ne accorga, e subito ti chiederà: “Cosa??” Se stai uscendo poi, non c’è scampo: “Dove vai? Con chi? A che ora torni? Mi porti?” E’ un disadattato e ha amichetti disadattati quanto lui, con cui passa su Facebook, Twitter e su App varie scaricate per il suo Iphone, Ipad, Mac e Kindle, buona parte del suo tempo. Ha una fidanzatina che lo ossessiona, lo chiama da altri numeri che lui presumibilmente non dovrebbe conoscere, per fare in modo che risponda, ma lui le attacca il telefono in faccia.

Si comporta come un adulto, ogni volta che parla di denaro, perché come un adulto è stato trattato in questo senso. Di ogni oggettino presente in casa, o fuori, prevalentemente nei negozi di elettronica, conosce il prezzo in euro, compresi i centesimi. Lo sport preferito è chiedere: roba, soldi, fili elettrici per costruire strani circuiti tra amplificatori, stereo e casse varie, altra roba, altra roba ancora. Qualsiasi cosa esista, se non vi serve ed è estremamente superflua, lui probabilmente la possiede, o si sta prodigando per possederla. Non sa fare i più semplici calcoli matematici, legge a malapena, ma in compenso guida ogni mezzo di trasporto: bicicletta, triciclo, quad, gommone, pattino, moto, macchina.

Capisce sempre tutto lui, sempre meglio di voi, non vi azzardate a replicare. E’ sveglio, è fuor di dubbio. Forse è un genio, perché solo i geni sono così fuori dalla regola della normalità. E forse in fondo, ha solo bisogno di tanti, tanti baci, perché nella sua vita si è sentito rifiutato talmente tante volte, che forse tutta questa continua richiesta di attenzioni, gliela possiamo anche perdonare.