Breve rientro.

Sono passati alcuni mesi, con alcuni intendo più di due, quindi un lasso di tempo piuttosto ampio, tanto da poter affermare che, come previsto, anche stavolta la Perdigiorno ha “mollato” come potrebbe dirsi , cioè ha abbandonato un proposito.

Un proposito banale in effetti, perché tenere in vita un blog non sembrava una cosa così impegnativa.

Ma chiaramente avevo sottovalutato l’impresa.

Subitaneamente infatti sono sorti i primi ostacoli: “Quello che scrivo non importa a nessuno, farlo non ha nessun senso e nessuna utilità, non solo non so scrivere, ma neanche sono un buon metodo di intrattenimento, ci sono milioni di persone stronze come me che credono di avere qualcosa da dire, ma in realtà non è così, e poi in che direzione porto tutto? Cosa deve essere? Un blog introspettivo, simpatico, ci metto le foto, cucino, cerco arte da proporre, che faccio?”

Così persa nella mia confusione mentale ed emotiva che permeava e permea a tutt’oggi la mia vita, ho deciso, anzi no, dato che decidere  avrebbe implicato fare attivamente qualcosa, ho lasciato andare.

Ho semplicemente smesso.

Di scrivere, di pensarci, di preoccuparmi.

Ma qualcuno ha prontamente pensato di riportarmi alla mente la questione, così ho pensato di riaprire questa pagina, ho riletto, mi sono sminuita un pochino, ho cancellato cose che al momento mi sono sembrate postate da una ritardata mentale, e ho pensato di scrivere una specie di bentornato a me!

Voglio però essere sincera, non so se avrò il coraggio di riprendere.

Non so neanche se avrò il coraggio di ricominciare ad espormi, a mostrare chi sono, nella parte più profonda, perché ho realizzato che forse l’unico motivo per scrivere con costanza su una pagina pubblica potrebbe essere questo.

Ma si sa, potersi esporre necessita sicurezza.

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Presentazioni: la matrigna, ovvero la donna di mio padre.

Io sono dell’idea che al mondo esistano vari tipi di persone, tra cui anche quelle dotate di pochissime qualità, ed esse debbano essere rispettate esattamente come rispettiamo le altre. Il problema in questo caso è che non credo di aver mai incontrato qualcuno che racchiuda in sè un numero così spropositato di caratteristiche che io ritengo infime e miserabili come la donna di mio padre. Immagino che la psicologia analitica avrebbe banalmente sentenziato che il mio disprezzo è pura e semplice gelosia,  ma amo vantarmi della mia ben nota capacità di analisi oggettiva e fredda,  a cui sono arrivata in seguito all’accettazione della figura paterna nel suo complesso, con pregi, pochi, e soprattutto difetti.

Tornando a lei, dovete immaginare la ragazza di 24 anni che punta il ricco uomo di 33 anni più vecchio di lei che l’ha assunta come segretaria. E’ incurante del fatto che egli è sposato, ha due figlie di cui una ha la sua stessa età e sta morendo di una malattia atroce, e l’altra ha 14 anni. Inoltre egli possiede un’amante da cui ha da poco avuto un figlio, causa della separazione dalla moglie. Non proprio una situazione in cui intromettersi direi.

Ma lei non si è lasciata scoraggiare, e arrivata dalla campagna ciociara nella grande città armata di tanta pazienza, ha cominciato a perseguire il suo obiettivo. Ciò accadeva 10 anni fa.

Da qui possiamo trarre la prima delle sue caratteristiche, è senza pudore, non sa cosa sia il rispetto. La seconda è che è una contadina, una di quelle che credono di potersi elevare socialmente sfoggiando scarpe, cinta, borsa e foulard in coordinato di Gucci, se va bene, di Alviero Martini quando non c’è fine al peggio.

E’ brutta, al contrario di come si potrebbe pensare, nel senso che se ti devi prendere una più giovane che punta al tuo denaro, quanto meno solitamente è un pezzo di fica.

Ha fatto ragioneria, una laurea non la potrebbe neanche sognare, probabilmente è meno dotata di intelligenza rispetto ad altri, ma la sua colpa sta nel non aver mai avuto un interesse, un’aspirazione alla conoscenza, all’arte, o anche solo all’attualità o alla politica. E’ una che va in libreria, compra 4 libri di una tale Federica Bosco, con titoli quali “SOS amore” o “L’amore mi perseguita” e poi restano illibati, mai cominciati, sulla mensola del salotto. Non riesce a fare un discorso sensato, che poggi sulla base di qualche connessione logica, anche semplice.

Non ha amici, e peggio ancora non ha amiche, non è riuscita a farsene a Roma, e non ne ha al suo paese di nascita. In 10 anni abbiamo conosciuto solo sua cugina, nota zoccola, che però avendo la fortuna di essere molto sveglia, è emigrata in Lussemburgo, ha imparato 3 lingue e lavora in una banca di investimenti.

Il meglio però è arrivato con la gravidanza e la successiva nascita di mio fratello più piccolo. Era incinta di 6 mesi e aveva già comprato vestitini di ogni possibile fattura, scarpette, asciugamanetti su cui aveva fatto ricamare le iniziali del nascituro, ciucci, biberon, carrozzine e culle. Poi è nato, e da quel momento la sua personalità che già aveva ben poco per cui farsi notare, è stata assorbita totalmente da questo bambino. Significa che non se ne separa un secondo, non esiste senza di lui, è morbosa, ansiosa, appena qualcuno glielo prende, fa finta che la cosa non la infastidisca, ma ne è turbata, è gelosa.

In casa c’è ogni cosa possibile e immaginabile collegata alla vita di questo principino de’noantri, viziato già da subito oltre ogni limite. Se apri la dispensa della cucina potrai trovare: omogeneizzati di frutta, 10 gusti; omogeneizzati di carne, 5 gusti; brodo di verdure; brodo di carne; pappetta di riso; pappetta di tapioca; pappetta di mais; pastina,6 varianti; biscotti Plasmon; biscotti Hipp; latte artificiale per i 5,6,7,8, mesi, tutti con una formulazione diversa; ciucci; camomilla solubile; finocchio solubile, e molti altri articoli di cui non conoscevo l’esistenza.

Il principino è sempre in braccio, e se lo lasci, piange, e pure forte. Lei vive in casa 24hr su 24, senza contatti con l’esterno, senza contatti con persone che non siano sua madre che la chiama, o i filippini che le servono il pranzo, guarda la televisione sul canale dei piccoli, o lo intrattiene. Canta musichette per bambini, gli prepara la pappa, lo cambia, lo lava, lo mette nel box, lo mette per terra, gli fa la voce da ritardata , e appena qualcuno entra in casa, sarà accolto da urletti standard tipo: “ Guarda amoreeeeeeee, guarda chi è arrivato stellina di mammaaaaaaa, fai ciaoooooooooo”

Molto spesso credo che mio fratello abbia il cervello già più sviluppato del suo.

Vi evito la descrizione dell’armadio del piccolo, che lei con la sua incapacità educativa ha già reso fastidioso e prepotente.

In tutto questo ci sono io, relegata al primo piano di questa enorme casa, in cui vivo un’esistenza alternativa, immaginando di essere altrove e tentando di isolarmi da una realtà grottesca e insostenibile. Persino i filippini si prendono gioco di lei, e la deridono insieme a me.

La Vita e il Futuro

Kundera scriveva: “la luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina.”

Mi piace guardare indietro, mi piace a volte la malinconia di giorni che riaffiorano alla mente come fossero un sogno, esclusivamente per il fatto di essere passati e non poter tornare mai più. Ed è proprio così, è inspiegabile quella sensazione che provo quando ripenso al diffuso dolore, a quelle molto più rare gioie passate. Ogni cosa acquista come di poesia, forse perché in un certo senso è diventata una parte di noi, ha creato sfaccettature del nostro carattere senza che ce ne siamo potuti accorgere, così, senza coscienza. Ciò che è stato si è integrato, subdolo, spontaneamente, nella persona che sono diventata. Non si può opporre resistenza ad un processo inconscio.

Il passato è passato, il futuro è sconosciuto, e anche questo significa fascino. L’incerto equivale ad ansia, all’angoscia delle possibilità di Kierkegaard, la scelta si configura come una terribile incombenza, portatrice di nefasti eventi. Ma per altri il futuro si configura come perfetta evoluzione del passato, l’opportunità di plasmare la realtà a nostro piacimento. Io amo il passato quanto lo odio, e lo stesso vale per il futuro. Esso è paura, e allo stesso modo è la mia unica spinta a vivere.

La domanda esistenziale che chiunque, in ogni tempo e luogo si è posto e si pone, è:” qual è il senso della vita?” Io ho due risposte. La prima è il futuro, la soddisfazione che viene dall’essenza stessa della dinamica, e quella del muoversi a velocità più o meno costante verso un qualcosa, indefinito o non che sia.

52 cose da fare quando piove.

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A Roma piove, pioverà anche domani, io mi annoio, e le soluzioni fornitemi da questo gioco per bambini non sono soddisfacenti. Così ho avuto qualche idea:

1) La lavatrice.

2) Stirare le camicie che vi avanzavano dalla scorsa settimana. Riordinare il cassetto delle mutande, calzini, calze, reggiseni e pigiami.

3) Trovare una assetto alternativo per i mobili della vostra stanza da letto.

4) Spolverare le mensole della libreria, dato che lo sappiamo, non siete avidi lettori.

5) Rileggere “il Piacere” di D’annunzio, sia perché è sulle mensole da più di 10 anni, sia perché può migliorare la vostra vita e darvi un po’ di ispirazione.

6) Aprite tutte le custodie di vecchi cd e dvd, di cui sicuramente almeno la metà sarà vuota, e disfatevi dell’inutile.

7) Riordinate alfabeticamente i suddetti.

8) Guardate le vecchie foto, vostre, dei vostri genitori, dei vostri nonni se ne avete, e indulgete nella nostalgia dei bei tempi andati che non torneranno più.

9) Fate entrare il gatto, che ve lo eravate dimenticato in balcone.

10) Pulite l’argenteria, se ne avete.

11) Accendete le candele, molto romantico, e fate un bagno caldo.

12) Se non avete bruciato la casa, fatevi una pulizia del viso, e una maschera idratante al cetriolo.

13) Chiamate la zia, sente sicuramente la vostra mancanza, e non vede l’ora di chiedervi le solite cose che vi chiede ogni santa volta.

14) Chiamate vostra madre, avrà sicuramente qualcosa da raccomandarvi o di cui lamentarsi con voi.

15) Chiamate il vostro fidanzato, in fondo è a questo che serve, ad essere ammorbato.

16) Chiamate quelle quattro galline delle vostre amiche, staranno facendo sicuramente qualcosa di più interessante di voi.

17) Fate la lista della spesa, il frigo non si riempirà da solo.

18) Documentatevi, nel mondo starà sicuramente succedendo qualcosa di cui voi non avete la più lontana idea.

19) Stilate una lista dei buoni propositi per i mesi che seguono.

20) Imparate finalmente l’Inno di Mameli, che dopo “Stringiamoci a coorte…” avete il buio totale.

21) Fate la ceretta.

22) Capite realmente che cazzo è sto spread che tutti pare che sono grandi economisti e voi fate finta ogni volta.

23) Fate una cernita di tutti gli orrendi vestiti che non indossate mai, dato che si sono accatastati nell’armadio per anni, e regalateli ai poveri.

24) Giocate a Solitario su Windows 25) Fate i castelli con le carte se avete un Mac.

26) Pianificate le vacanze estive, che poi arrivano e rimanete a Roma, sole come un cane.

27) Con la pila di riviste in salotto, fate un collage creativo, esprimete i vostri sentimenti.

28) Scrivete il diario della vostra giornata, o una poesia in endecasillabi sciolti che narri le vostre gesta.

29) Guardate un documentario.

30) Cambiate la lampadina fulminata nel bagno.

31) Con quelle 3 cose che vi sono rimaste in cucina, ingegnatevi, e provate a cucinare un piatto inventato da voi. Uovo sodo e ketchup non è un’alternativa.

32) Accedete a Facebook, e tentate di capire dove sono finiti gli amichetti delle elementari.

33) Sempre su Facebook, tentate di capire cosa stanno facendo gli altri, dato che piove anche da loro probabilmente.

34) Giocate a Ruzzle.

35) Accertatevi di aver pagato tutte le bollette, guardate gli estratti conto, controllate gli scontrini, tracciate un grafico delle vostre abitudini di spesa, e risparmiate per le vacanze estive.

36) Fate shopping online, ma di cose poco costose, se no Agosto, ve lo ripeto, lo fate a Roma.

37) Fate la pasta di sale, e create dei pupazzetti a vostra immagine e somiglianza.

38) Fate i disegni con la pasta, attaccandola sui cartoncini.

39) Cominciate a scrivere le vostre memorie autobiografiche.

40) Fatevi un Ciobar, che evidenze scientifiche affermano che il cioccolato stimoli la produzione di serotonina.

41) Controllate il meteo, sperate che smetta di piovere presto.

42) Improvvisate degli esercizi di fitness con le bottiglie d’acqua guardando un tutorial su Youtube.

43) Spazzolate il gatto.

44) Contate le gocce di pioggia sul vetro della finestra finchè non sentite che state per cedere alla follia.

45) Cercate la vostra collezione di francobolli delle medie, provate a rivenderla su Ebay.

46) Dipingete quella parete del salotto di rosa salmone, non ne avete mai avuto il coraggio, ma lo avete sempre sognato in segreto.

47) Mettete lo smalto a mani e piedi, bene però, non colato come al solito.

48) Date l’acqua alle piante, anche se di primo acchitto potranno sembrare morte, dato che non l’avete mai fatto.

49) Suonate al vicino e intavolate una sfida a scacchi, se non ci sapete giocare ripiegate sulla dama, che è più adatta.

50) Riprendete il puzzle abbandonato l’anno scorso.

51) Ritagliate cuoricini di cartone rosso su cui scriverete frasi dolci da dare al vostro Lui.

52) Scrivete un post del vostro blog.

La direzione

Come si fa a perdere il giorno? Sembra complicato, eppure lo è meno di quanto appaia.

Si perde nel momento in cui tutto ciò che fai sembra accatastarsi, una successione casuale di cose fatte, vissute, lette, create, pensate, imparate, senza che tu te ne renda davvero conto, o riesca a realizzarne la consistenza. Così il giorno si perde, passa, e il tempo diventa un concetto evanescente, plasmato dalla tua mente senza seguirne l’oggettività. Le quattro, le cinque, notte, giorno, non cambia nulla, è indifferente, poiché vivi, senza neanche considerarlo. Non c’è un’ora per scrivere, come non c’è quella per mangiare, pensare o fare qualunque osa.

Il giorno si perde quando sei senza direzione, come me, in questo periodo della mia vita, in cui vivo semplicemente andando avanti, senza curarmi di niente, e semplicemente faccio, vivo, leggo, creo, penso, imparo, senza renderme concretamente conto. Faccio ciò che mi piace, per sfuggire all’ansia di un sistema di vita che ho mantenuto per 25 anni, che però ora, non è più sostenibile.

Ho sempre agito in funzione del raggiungimento di un obiettivo, che fosse uno qualunque, un concetto ideale che ispirasse il mio agire verso l’ottenere un qualcosa. Studiare per passare l’esame, per poterne fare poi un altro, per potermi laureare, per poter lavorare, per poter essere indipendente, per potermi sentire in pace con me stessa, per aver ottemperato al mio dovere. Sono arrivata poi ad un punto in cui mi sono persa, e fare queste cose, ha smesso di essere importante, perché ho smesso di avere un motivo. Perché vivere? Perché studiare? Perché vedere le persone? Perché andare in palestra? E per quanto mi sforzassi non sono riuscita a trovare un motivo, e sono cominciati gli attacchi di panico. La paura della vita, lo smarrimento di una situazione in cui nulla era più definito, non ho più riferimenti, tutta la mia struttura, i miei motivi, sono crollati, così, in un attimo.

E da qui riparto, dallo smettere di cercare un senso a tutto ciò che faccio, e fare, per il semplice piacere di fare, anche senza un obiettivo, un progetto, un programma. Riparto dal cercare il piacere in ogni cosa, in ogni ambito della mia esistenza, fare le cose per la soddisfazione, momentanea, che duri 5 secondi o 5 ore, che farle mi porta. Svegliarmi la mattina e con calma domandarmi cosa mi renderà felice, senza essere schiava dei miei doveri, dei miei orari, delle giornate perfettamente organizzate, dettagliatamente scandite per l’ottimizzazione del tempo a disposizione. Ritrovare il mio spazio, ascoltare le mie necessità, le mie sensazioni, ciò che realmente desidero. Ed è più complicato di quanto possa sembrare, per una persona che è vissuta solo in funzione del raggiungimento di un ideale.

Così mi alzo, mi sforzo, e cerco di ricordarmi che le cose belle, la chiarezza, prima o poi, arrivano.

Presentazioni: il primo fratello minore

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La Perdigiorno ha una famiglia che sembra quella di una sit-com.

E’ circondata da personaggi particolari, ognuno ha la sua, sembra uscito da un fumetto, e si esprime primariamente attraverso annessi suoni onomatopeici tipo “smab, badabum, pem”. Ogni giorno ne succede una, episodi tragicomici che danno sapore all’esistenza, che sarebbero accompagnati nel telefilm di cui sopra, con le classiche risatine finte nel momento clou.

Oggi parliamo del fratellastro di mezzo, il secondo per capirci, lei è la più grande. Suo fratello ha 13 anni, ma è più alto di lei. Pesa 87 kg, cioè è un bove, non un ragazzino. Hanno lo stesso padre, mentre sua madre è una “signora” straniera, la quale, forte della sua cultura e delle sue due lauree, è arrivata in Italia a tentare di sbarcare il lunario nell’unico modo in cui una donna della sua levatura avrebbe potuto: cercando un uomo da cui farsi mantenere negli agi in cambio di rapporti sessuali. Per capirci, una stronza. La perdigiorno non la può vedere, in effetti non si vedono mai, e se proprio capita ci si limita ad un glaciale saluto accompagnato da un fittizio sorriso.

Il fratello è fastidioso. E’ viziato, impiccione, esagitato, egocentrico, permaloso, e pure bugiardo. Sta sempre in mezzo, si fa sempre gli affari che non lo riguardano, quello che gli dici lo sanno tutti nell’arco di un quarto d’ora, se stai parlando con qualcuno di una cosa seria, spunterà da dietro, d’improvviso, senza che tu te ne accorga, e subito ti chiederà: “Cosa??” Se stai uscendo poi, non c’è scampo: “Dove vai? Con chi? A che ora torni? Mi porti?” E’ un disadattato e ha amichetti disadattati quanto lui, con cui passa su Facebook, Twitter e su App varie scaricate per il suo Iphone, Ipad, Mac e Kindle, buona parte del suo tempo. Ha una fidanzatina che lo ossessiona, lo chiama da altri numeri che lui presumibilmente non dovrebbe conoscere, per fare in modo che risponda, ma lui le attacca il telefono in faccia.

Si comporta come un adulto, ogni volta che parla di denaro, perché come un adulto è stato trattato in questo senso. Di ogni oggettino presente in casa, o fuori, prevalentemente nei negozi di elettronica, conosce il prezzo in euro, compresi i centesimi. Lo sport preferito è chiedere: roba, soldi, fili elettrici per costruire strani circuiti tra amplificatori, stereo e casse varie, altra roba, altra roba ancora. Qualsiasi cosa esista, se non vi serve ed è estremamente superflua, lui probabilmente la possiede, o si sta prodigando per possederla. Non sa fare i più semplici calcoli matematici, legge a malapena, ma in compenso guida ogni mezzo di trasporto: bicicletta, triciclo, quad, gommone, pattino, moto, macchina.

Capisce sempre tutto lui, sempre meglio di voi, non vi azzardate a replicare. E’ sveglio, è fuor di dubbio. Forse è un genio, perché solo i geni sono così fuori dalla regola della normalità. E forse in fondo, ha solo bisogno di tanti, tanti baci, perché nella sua vita si è sentito rifiutato talmente tante volte, che forse tutta questa continua richiesta di attenzioni, gliela possiamo anche perdonare.

Lettere dagli Emirati Arabi Uniti

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Abu Dhabi e Dubai sono luoghi complessi, la cui bellezza, a volerla cercare, è nell’artificialità. Parliamo di posti in cui la storia non è materia di discussione, parliamo di oasi di cemento nate in mezzo alla sabbia del deserto, che si sviluppano giorno dopo giorno ad una velocità che per noi europei forse non è neanche comprensibile.

Sono città costruite sul nulla, su un enorme volume di scambi commerciali, investimenti e speculazioni da una parte, e petrolio e gas naturali dall’altra. La loro opulenza nasce dalla ricchezza di chi si è trovato da un giorno all’altro con il destino delle fonti energetiche nelle sue mani, senza porsi limiti nel costruire una realtà che rispecchiasse a pieno il potere che detiene. L’aristocrazia tra le aride sabbie della penisola saudita si comporta come fosse la padrona del mondo, ed in un certo senso lo è.

Gli Emirati nascono come stato federale di monarchie ereditarie assolute nel 1971, sulle radici delle tradizioni beduine che risalgono a 5000 anni prima della nascita di Cristo. E proprio qui nasce la tendenza al commercio di questo popolo, che grazie alla strategica posizione delle terra che abitava, scambiava con i popoli vicini essenzialmente perle, pescate nel mare del Golfo. Furono dediti per secoli alle scorribande via mare, alla pirateria e al nomadismo, governati dai persiani, portoghesi e inglesi poi. Qui regnava e scandiva la vita prima il folklore, poi la religione musulmana, fino al 1960, alla scoperta dell’oro nero, la rivoluzione della ricchezza.

Da quel momento tutto cambiò.

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Il tempo è quello del denaro, delle transazioni finanziarie, delle borse, degli scambi di titoli. E la popolazione non è più la stessa. Degli otto milioni di residenti dei due maggiori tra i sette emirati, Abu Dhabi e Dubai, l’80% sono stranieri.

Di questi stranieri una buona parte sono Indiani, Pakistani, o provenienti dal Sud Est asiatico. Questo tipo di immigrazione è principalmente relativa alla bassa manovalanza, il cui inizio può essere datato intorno al 1700 e 1800. In questo periodo, infatti, la Compagnia Delle Indie Orientali trasferì la classe burocratica indiana anche in questa zona, con l’intento di aprire le rotte verso l’India per esportare sempre più prodotti. L’influenza si può vedere nelle cose più piccole e banali, dai tradizionali “Dhow”, le imbarcazioni fatte di un legno la cui unica provenienza poteva essere appunto dal Sud Est asiatico, fino alla tradizione culinaria degli Emirati, con cibi come il Biryani, pietanza a base di riso, spezie, carne, pesce e uova.

L’altra parte degli stranieri sono gli Occidentali, i professionisti, gli europei principalmente, quelli che si trasferiscono per le possibilità che il mercato del lavoro gli offre, i fiumi di soldi che girano in questa zona. Sono ingegneri, architetti, per costruire i grattacieli che svettano oltre le basse nuvole, avvocati, medici, attirati dal facile guadagno e dal lusso. In quest’ottica l’influenza che la società occidentale sta avendo sulla società araba, cioè sul restante 20% è enorme. La si può vedere, a parte che nella globalizzazione sfrenata, anche nell’evoluzione relativa al ruolo delle donne.

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Esse hanno, seguendo il modello delle società democratiche e plurali, reclamato uno spazio che non fosse più quello dei salotti delle gigantesche ville in cui risiedono, ma si sono spostate verso l’esterno, cercando di affermare la propria figura, che sia attraverso il lavoro, o attraverso canali relativi all’educazione, la cultura, l’arte. Ed è per questo che puoi vederle alla guida di una Bentley bianca, o con il volto scoperto, nonostante tradizionalmente l’Abaya debba per loro coprire anche la bocca e il naso, per lasciare scoperto solo lo sguardo, o addirittura velare anche quello. Portano la loro veste nera con estrema fierezza, lasciando scoperti però i loro Patek Philippe al polso, i diamanti di Bulgari al dito, le Louboutin ai piedi. Escono da Gucci con buste enormi, piene di abiti da poter indossare confortevolmente a casa, lontane dagli occhi indiscreti degli stranieri, comprano completi intimi LaPerla da far ammirare ai loro rigidi mariti, spendono tutto ciò che possono e anche di più, qui il limite non esiste.

Parliamo di centri commerciali in cui poter trovare tutto ciò che possiate desiderare, e anche di più, oggetti di cui non conoscete l’esistenza, di cui non potreste misurare il prezzo, sono disponibili cose che non potete neanche sognare. Ed è proprio qui il contrasto, la grandezza, luoghi vuoti, in cui non si respira nulla tranne che l’odore delle banconote, di speculazione, di falsità. Tutto qui nasce e cresce sull’astratto, di concreto c’è solo un liquido vischioso estratto dal terreno, che può comprare qualsiasi illusione.