Lettere dagli Emirati Arabi Uniti

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Abu Dhabi e Dubai sono luoghi complessi, la cui bellezza, a volerla cercare, è nell’artificialità. Parliamo di posti in cui la storia non è materia di discussione, parliamo di oasi di cemento nate in mezzo alla sabbia del deserto, che si sviluppano giorno dopo giorno ad una velocità che per noi europei forse non è neanche comprensibile.

Sono città costruite sul nulla, su un enorme volume di scambi commerciali, investimenti e speculazioni da una parte, e petrolio e gas naturali dall’altra. La loro opulenza nasce dalla ricchezza di chi si è trovato da un giorno all’altro con il destino delle fonti energetiche nelle sue mani, senza porsi limiti nel costruire una realtà che rispecchiasse a pieno il potere che detiene. L’aristocrazia tra le aride sabbie della penisola saudita si comporta come fosse la padrona del mondo, ed in un certo senso lo è.

Gli Emirati nascono come stato federale di monarchie ereditarie assolute nel 1971, sulle radici delle tradizioni beduine che risalgono a 5000 anni prima della nascita di Cristo. E proprio qui nasce la tendenza al commercio di questo popolo, che grazie alla strategica posizione delle terra che abitava, scambiava con i popoli vicini essenzialmente perle, pescate nel mare del Golfo. Furono dediti per secoli alle scorribande via mare, alla pirateria e al nomadismo, governati dai persiani, portoghesi e inglesi poi. Qui regnava e scandiva la vita prima il folklore, poi la religione musulmana, fino al 1960, alla scoperta dell’oro nero, la rivoluzione della ricchezza.

Da quel momento tutto cambiò.

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Il tempo è quello del denaro, delle transazioni finanziarie, delle borse, degli scambi di titoli. E la popolazione non è più la stessa. Degli otto milioni di residenti dei due maggiori tra i sette emirati, Abu Dhabi e Dubai, l’80% sono stranieri.

Di questi stranieri una buona parte sono Indiani, Pakistani, o provenienti dal Sud Est asiatico. Questo tipo di immigrazione è principalmente relativa alla bassa manovalanza, il cui inizio può essere datato intorno al 1700 e 1800. In questo periodo, infatti, la Compagnia Delle Indie Orientali trasferì la classe burocratica indiana anche in questa zona, con l’intento di aprire le rotte verso l’India per esportare sempre più prodotti. L’influenza si può vedere nelle cose più piccole e banali, dai tradizionali “Dhow”, le imbarcazioni fatte di un legno la cui unica provenienza poteva essere appunto dal Sud Est asiatico, fino alla tradizione culinaria degli Emirati, con cibi come il Biryani, pietanza a base di riso, spezie, carne, pesce e uova.

L’altra parte degli stranieri sono gli Occidentali, i professionisti, gli europei principalmente, quelli che si trasferiscono per le possibilità che il mercato del lavoro gli offre, i fiumi di soldi che girano in questa zona. Sono ingegneri, architetti, per costruire i grattacieli che svettano oltre le basse nuvole, avvocati, medici, attirati dal facile guadagno e dal lusso. In quest’ottica l’influenza che la società occidentale sta avendo sulla società araba, cioè sul restante 20% è enorme. La si può vedere, a parte che nella globalizzazione sfrenata, anche nell’evoluzione relativa al ruolo delle donne.

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Esse hanno, seguendo il modello delle società democratiche e plurali, reclamato uno spazio che non fosse più quello dei salotti delle gigantesche ville in cui risiedono, ma si sono spostate verso l’esterno, cercando di affermare la propria figura, che sia attraverso il lavoro, o attraverso canali relativi all’educazione, la cultura, l’arte. Ed è per questo che puoi vederle alla guida di una Bentley bianca, o con il volto scoperto, nonostante tradizionalmente l’Abaya debba per loro coprire anche la bocca e il naso, per lasciare scoperto solo lo sguardo, o addirittura velare anche quello. Portano la loro veste nera con estrema fierezza, lasciando scoperti però i loro Patek Philippe al polso, i diamanti di Bulgari al dito, le Louboutin ai piedi. Escono da Gucci con buste enormi, piene di abiti da poter indossare confortevolmente a casa, lontane dagli occhi indiscreti degli stranieri, comprano completi intimi LaPerla da far ammirare ai loro rigidi mariti, spendono tutto ciò che possono e anche di più, qui il limite non esiste.

Parliamo di centri commerciali in cui poter trovare tutto ciò che possiate desiderare, e anche di più, oggetti di cui non conoscete l’esistenza, di cui non potreste misurare il prezzo, sono disponibili cose che non potete neanche sognare. Ed è proprio qui il contrasto, la grandezza, luoghi vuoti, in cui non si respira nulla tranne che l’odore delle banconote, di speculazione, di falsità. Tutto qui nasce e cresce sull’astratto, di concreto c’è solo un liquido vischioso estratto dal terreno, che può comprare qualsiasi illusione.

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